Ritmo, fratelli!

«Tempo, 109 battute al minuto,
Quando finisce forse ti sarà piaciuto,
La chiave per capire questo genere di suono,
Che a molte orecchie può sembrare frastuono,
E liberare la tua parte migliore chiudere,
Gli occhi aprire bene il cuore […]»

Cominciamo prendendo a prestito le parole di Jovanotti (ma come, non conoscete la canzone!? La trovate qui…), perché oggi si parla di tempo e di ritmo. Nel karate, ovviamente. Cosa vi aspettavate?

Il post mi è uscito piuttosto lungo, così ho preferito dividerlo in più parti. Abbiate dunque pazienza e, se gradite, buona lettura!

Nelle arti marziali, soprattutto nel karate-do, il tempo è fondamentale. Un po’ come nella scherma, se ci pensate bene: arrivare a toccare prima che lo faccia l’avversario.

Anzi, meglio toccare e non farsi toccare. Capirete, una volta, senza antibiotici, una qualsiasi ferita da taglio poteva degenerare in qualcosa di poco raccomandabile. Per fortuna, viviamo ai nostri tempi…

Ho introdotto l’analogia della scherma, poiché è da lì che provengono i termini usati nel karate-do. Lo stesso termine 組み手 (kumi-te, ossia: combattimento con le mani), è semplicemente una storpiatura di 組み太刀 (kumi-tachi, combattimento con le spade;手 = mano, 太刀 = spada lunga) usato nel kendo.

Continuiamo con l’analogia della scherma. È molto istruttivo osservare due bambini che giocano con delle spade – siano fatte di carta arrotolata, legno, plastica o che so io. La cosa curiosa è che il loro scopo sembra essere colpire la spada dell’altro, nell’idea che le spade vadano incrociate e debbano cozzare fra loro. Poi, quando diventano più grandi, scatta qualcosa: l’obiettivo è ora affondare il colpo, e le spade cozzano solo allo scopo di parare. Questa è, fondamentalmente, la scherma. E da qui comincia anche il karate.

Siamo al primo livello, che in gergo viene chiamato 後の先 (go no sen).

Ok, piccola pausa etimologica (potete saltare fino al prossimo paragrafo ^_^).

L’espressione completa sarebbe 後の先手 (go no sente). Il 先手 (sen-te) significa “iniziativa, prima mossa”; letteralmente è “la mano che precede”. Il simpatico maestro David Cho usa dire che: «Il sente è la mano che sente», da usare come i gatti usano le loro vibrisse per percepire i movimenti. Perciò, l’espressione 後の先手 significa “[agire] dopo (後) la prima mossa (先手)”, nell’ottica di parata-contrattacco, la base del karate-do. Ricordate il principio 空手に先手なし (karate-ni sente nashi)? Ecco, un’arte marziale come il karate-do parte sempre dal presupposto difensivo, ossia la reazione ad un attacco esterno. Cosa fare dopo, è una decisione personale…

Il maestro Kenji Tokitsu dà un’idea ritmica del concetto di 後の先 (go no sen), semplicemente come “ton-ton-ton”, tre rintocchi corrispondenti ai tre momenti dell’azione: «Il primo Ton è l’attacco dell’avversario, il secondo il bloccaggio e il terzo il contrattacco. Questo è il ritmo più rudimentale della difesa e contrattacco. È difficile avere la meglio sull’avversario, perché la difesa e l’attacco costituiscono due momenti indipendenti e separati; in ogni caso da questi deve cominciare l’apprendimento.»  [Tok89]

Ecco perché, nella pratica del karate, noi ci sforziamo di passare (almeno) al secondo livello: 対の先 (tai no sen).


対の先 (tai no sen)

Il primo kanji, 対 (tai), dà l’idea di opposizione, di andare (in)contro qualcosa/qualcuno.

Difatti, nel karate, in particolare nel kumite, l’atteggiamento di tai no sen è anche detto “tecnica d’incontro”, ovvero cogliere nel mentre l’attacco avversario, utilizzando la propria maggior velocità (e anche la propria forza… sì, ok, il proprio ki, 気) per sovrastarlo.

Nella spada giapponese c’è un momento ben preciso durante la tecnica dell’avversario (ad esempio 正面, shoumen) in cui si può inserire la propria lama (anche se è di legno!), in modo da farlo deviare all’esterno e ribaltare la situazione. Prima stavo per essere tagliato, ora sono io a tagliare! Nel karate non è molto diverso: l’importante è una buona scelta di tempo.

Spesso si sente dire che il karate-do sia un’arte ad un solo colpo, nel senso che la perfezione deve concentrarsi in un’unica, singola, tecnica risolutiva – per essere un po’ più brutali, l’avversario non si deve più rialzare…

Ciò significa che tecnica di difesa e di contrattacco si fondono assieme in un unico, fluido movimento.

Secondo la terminologia del maestro Tokitsu, siamo a ton-toton, ancora tre rintocchi, di cui gli ultimi due, però, sono molto, ma molto, ma molto, ravvicinatissimi.

Qualcun altro ha detto che “lo scopo ultimo del kumite non è vincere, ma combattere con l’idea di non perdere”. Effettivamente, mi ci trovo d’accordo, specialmente nel momento in cui si lascia da parte il kumite sportivo – cioè quello praticato in palestra sul tatami – per applicarlo in una situazione in cui è necessario difendersi contro un aggressore (che magari è grande, grosso e cattivo).

Ecco allora che si applica il concetto di 対の先 (tai no sen): la vittoria sull’avversario non consiste nel suo annientamento fisico, com’era costume una volta, ma piuttosto nella distruzione della sua volontà di attaccare.

È una sorta di annientamento psicologico e morale: “Ma come, ero io che stavo attaccando e mi ritrovo per terra senza aver nemmeno capito cos’è successo?! O, me misero, me tapino!”.

Be’, io credo che questo sia tai no sen.

Si può andare oltre? Ma certo! È solo questione di… baffi! Anche se non siete dei felini.


先の先 (sen no sen)

Perdonatemi se riprendo ancora l’esempio del kenjutsu (剣術, l’arte della spada giapponese). Uno degli obiettivi di un buon praticante (quindi, per me, un sogno!) è quello di trovare il tempo di (contr)attacco nel momento stesso in cui l’avversario sta per “caricare il colpo”.

Come ripete sempre il maestro Franco Criti: «Quando si apre la porta… pam!, ti infili dentro», con l’ovvia metafora che la porta aperta è il buco nella guardia dell’avversario.

Nel karate esiste un momento (anche se non dovrebbe esistere!) in cui si carica il colpo.  Ecco, quello, il momento preparatorio dell’attacco – anche se solo mentale! – è il momento in cui si apre la porta.

Viene prima (先, sen) dell’iniziativa (先手, sente). A volte mi è capitato di sentire il termine 前の先 (mae no sen, 前 = avanti, prima); è la stessa cosa.

Il maestro Tokitsu lo chiama to-ton, dove to è l’attacco incompleto, strozzato sul nascere. La porta è aperta. Allora si entra, colpendo. Inesorabilmente e senza pietà.

C’è una scena tratta dal film Kuro Obi che sintetizza molto bene il concetto di 先の先 (sen no sen), in cui troviamo un fantastico Tetsuya Naka nei panni dello spietato Taikan. Se non l’avete mai visto, vale la pena. Come storia non è granché, ha una trama molto ingenua, ma è uno dei pochissimi film di mia conoscenza in cui i combattimenti di karate sono… autentici. E, sì, lo ammetto: io tifavo per Giryu^^.


先先の先 (sen sen no sen)

C’è un altro livello (il quarto), oltre il の先 (sen no sen). Basta anteporre un altro 先 e il gioco è fatto. No, non vi sto prendendo in giro, e non è neppure uno scioglilingua nipponico. È ciò che viene prima del prima dell’attacco. Ovvero, l’avversario che avete davanti sta ancora formando il pensiero dell’attacco e… zac!, voi lo avete già colpito. In pratica, non si è mosso, non ha fatto nulla e voi… zac!, lo avete steso.

Come dite? Avete percepito la sua volontà di farvi del male come un vento freddo che soffiava impetuoso? Ehm, no. Non vale.

空手に先手なし (karate-ni sente nashi), ricordate? Quindi, non cercate giustificazioni: stavolta avete attaccato per primi.

Come avrete intuito, l’idea del 先先の先 (sensen no sen) non mi piace granché. Oh, sì, è molto marziale, molto da samurai… ma io non sono un samurai (per fortuna).

Quindi credo che, pur riconoscendone l’importanza, dovremo metterla via in soffitta. Per il solito maestro Tokitsu, c’è ora un solo rintocco: ton. È l’ultimo stadio prima di passare al… nulla, cioé al non combattere. Scrive infatti: «C’è chi interpreta la cadenza di “niente” come quella che consente di prevedere il combattimento e quindi sottrarsi a esso, cosicché il combattimento non avviene[Tok89]


Non combattere

Per quanto riguarda l’ultimo livello, il non-combattere, vorrei illustrarlo con una storia raccontata dal maestro Gichin Funakoshi nel suo libro autobiografico sul karate-do.

Una fotografia del maestro G. Funakoshi (1868-1957). La frase recita: «L’obiettivo ultimo del karate non è la vittoria o la sconfitta, ma la perfezione del carattere di chi lo pratica».

È un po’ lunga, ma è una bellissima storia. Lascio quindi la parola a lui:

«Fra gli insegnanti okinawensi presso i quali studiai di volta in volta, ci fu il Maestro Matsumura, sul quale si racconta un famoso aneddoto: come sconfisse un altro maestro in duello senza nemmeno sferrare un colpo. La storia è così famosa (infatti) che ora è leggendaria; tuttavia, mi piacerebbe raccontarla qui di nuovo, poiché è espressione impareggiabile del vero significato del karate.

Comincia, dunque, nell’umile negozio di un signore di Naha che si guadagnava da vivere incidendo disegni su oggetti di uso quotidiano. Benché avesse già passato il quarantesimo compleanno, era ancora nel pieno della sua virilità: il suo grosso collo aveva la solidità di quello di un toro. Sotto le maniche corte del suo kimono i muscoli sporgevano e guizzavano, le guance erano piene, ed il viso era abbronzato color rame. Evidentemente, benché fosse un modesto artigiano, era un uomo da stimare.

Nel suo negozio un giorno arrivò un uomo di stampo assolutamente diverso, ma che era anche, altrettanto evidentemente, un uomo di grande spirito combattivo. Egli era più giovane dell’incisore, sotto i trent’anni si sarebbe potuto supporre, certamente non oltre i trenta, e la sua prestanza fisica, benché gli mancasse la solidità dell’incisore, non si imponeva in misura minore. Era molto alto, sei piedi almeno [circa 180cm], ma la sua caratteristica più impressionante erano gli occhi: acuti e penetranti come quelli di un’aquila. Tuttavia, quando si fece strada nel piccolo laboratorio dell’incisore, era pallido e sembrava abbattuto.

La sua voce era sommessa mentre diceva all’incisore che voleva un disegno scolpito sul fornello di ottone della sua pipa dal lungo cannello.

Mentre prendeva la pipa in mano, l’incisore disse in termini molto garbati, poiché era chiaramente di una classe sociale inferiore rispetto al suo visitatore: “Chiedo scusa, signore, ma non siete voi Matsumura, il maestro di karate?”

“Sì”, fu la laconica risposta. “Perché?”

“Ah, sapevo che non avrei potuto sbagliarmi! Da lungo tempo speravo di poter studiare il karate con voi”.

Ma la risposta del più giovane fu brusca. “Scusa”, disse. “Io non insegno più”.

L’incisore, comunque, persistette. “Voi insegnate al capo del clan, non è vero?”, chiese. “Tutti dicono che siete il miglior istruttore di karate del luogo”.

“Ho effettivamente insegnato a lui”, il giovane visitatore replicò rigidamente, “ma non è mia abitudine insegnare ad altri. E in realtà non insegno più nemmeno al capo del clan. A dire la verità”, esclamò, “sono stufo del karate!”

“Che cosa straordinaria da raccontare!”, esclamò l’incisore. “Come può un uomo del vostro calibro averne abbastanza del karate? Vorreste essere così gentile da dirmi perché?”

“Non potrebbe importarmi di meno”, brontolò il giovane, “insegnare o meno il karate al capo del clan. In verità, è stato cercando di insegnargli il karate che ho perso il lavoro”.

“Non capisco”, disse l’incisore. “Tutti sanno che siete il miglior maestro vivente, e se non gli insegnate più voi, chi lo farà? Certamente nessuno può prendere il vostro posto”.

“Difatti”, rispose Matsumura, “fu a causa della mia reputazione che mi è stato concesso il posto di istruttore del capo del clan. Ma egli era uno studente mediocre. Trascurava di migliorare le sue tecniche, che nonostante tutti i miei sforzi, rimanevano molto rozze. Oh, avrei potuto perdere con lui facilmente se avessi voluto, ma ciò non gli sarebbe servito a niente, così sottolineai alcuni dei suoi punti deboli e poi lo sfidai ad attaccarmi con tutta la sua forza. Egli reagì istantaneamente con un doppio calcio [二段蹴り, nidan-geri]. Fu abbastanza abile, lo ammetto, ma ho appena bisogno di dirti che solo un principiante scadente inizierebbe con un doppio calcio fronteggiando un avversario che sa essere molto più competente.

Decisi di fare uso del suo errore per dargli una più che necessaria lezione. Come saprai, un incontro di karate è un fatto di vita o di morte, e una volta che hai fatto un serio errore, ti arrangi. È impossibile rimediare. Sapeva bene tutto ciò da solo; ma apparentemente egli non lo percepiva, e così, sperando di mostrargli la verità, fermai all’improvviso il suo doppio calcio col taglio della mano e lo mandai lungo disteso. Ma prima che egli battesse effettivamente il suolo, scontrai il mio corpo al suo. Alla fine egli andò a rovinare ad almeno sei iarde di distanza [circa 5,5m]”.

“Si ferì gravemente?”, chiese l’incisore.

“La spalla, la mano, la gamba, dove il taglio della mia mano lo aveva colpito, divennero tutte livide”. Il giovane zittì per un momento. Poi continuò: “Per un bel po’ egli non poté nemmeno alzarsi da terra”.

“Tremendo!”, esclamò l’incisore. “Naturalmente sarete stato rimproverato”.

“Naturalmente. Mi fu ordinato di partire e di non ricomparire fino a nuovo ordine”.

“Capisco”, disse l’incisore, pensoso. “Ma certamente vi perdonerà”.

“Penso di no. Benché l’incidente si sia verificato un centinaio di giorni fa, non ho avuto altre notizie. Mi è stato detto che è ancora molto arrabbiato con me e dice che sono troppo arrogante. No, dubito molto che egli mi concederà il perdono. Ah”, mormorò il maestro, “sarebbe stato meglio per me che non avessi mai tentato di insegnare al capo del clan innanzitutto. In effetti, sarebbe stato meglio se non avessi io stesso mai imparato il karate!”

“Sciocchezze!”, disse l’incisore. “Nella vita di ogni uomo ci sono alti e bassi. Ma”, aggiunse, “dato che non insegnate più a lui, perché non insegnate a me?”

“No!”, disse bruscamente Matsumura. “Ho abbandonato l’insegnamento. Ad ogni modo, perché un uomo come te, con la reputazione di un esperto, vorrebbe prendere lezioni da me?”. Matsumura diceva la verità; la reputazione dell’incisore era alta a Naha e a Shuri.

“Forse non sarà un buon motivo”, disse l’incisore, “ma francamente sono curioso di vedere come insegnate il karate”.

C’era qualcosa nella voce dell’incisore che infastidiva il giovane? Era la presunzione che il maestro del capo del clan dovesse diventare l’insegnante di un incisore? Pronto, come molti giovani, ad offendersi, Matsumura parlò sdegnosamente: “Che testardo sei! Quante volte devo dirtelo: non voglio insegnare karate!”

“Allora”, disse l’incisore, con tono di voce alquanto meno garbato di quanto era stato all’inizio, “se rifiuti di insegnarmi, rifiuterai anche di concedermi un incontro?”

“Che cos’è questo?”, chiese Matsumura incredulo. “Tu vuoi un incontro con me? Con me?”

“Esattamente! E perché no? In un incontro non ci sono distinzioni di classe. Inoltre, dato che non insegni più al capo del clan, non hai bisogno del suo permesso per gareggiare con me. E io posso assicurarti che avrò più cura di lui delle gambe e delle spalle”. Da questo momento, le parole dell’incisore, così come il tono della sua voce, potevano solo essere considerate insolenti.

“So che si dice che tu sia molto valido nel karate”, disse Matsumura, “benché naturalmente io non abbia alcuna idea di quanto tu lo sia. Ma non pensi di essere andato troppo lontano? Non si tratterebbe di ferirsi o meno; si tratterebbe di vita o di morte. Ci tieni così tanto a morire?”

“Sono proprio disposto a morire”, replicò l’incisore.

“Allora sarò felice di farti il piacere”, disse Matsumura. “Nessuno, naturalmente, può predire il futuro, ma c’è un vecchio detto: se due tigri lottano, una è destinata a ferirsi e l’altra a morire. Così, sia che tu vinca o perda, puoi star certo che non tornerai a casa indenne. Il tempo e il luogo dell’incontro”, concluse Matsumura, “li lascio decidere a te”.

L’incisore suggerì le cinque del mattino seguente, e Matsumura concordò. Il luogo su cui convennero fu il cimitero al Palazzo Kinbu, che si trova dietro il Palazzo Tama.

Puntualmente alle cinque i due si trovarono faccia a faccia, a circa 12 iarde di distanza. L’incisore fece il primo movimento, riducendo la distanza di circa la metà, mettendo a quel punto il pugno sinistro in posizione gedan e tenendo il destro al fianco destro. Matsumura, essendosi alzato dalla roccia sulla quale era stato seduto, fronteggiò il suo avversario in posizione naturale [自然体, shizen tai], con il mento protetto dalla spalla sinistra.

Sconcertato dalla posizione che aveva assunto il suo avversario, l’incisore si chiese se l’altro fosse impazzito. Era una posizione di combattimento che sembrava non offrire alcuna speranza di difesa, e l’incisore si preparò a lanciare il suo attacco. Proprio in quello stesso momento, Matsumura spalancò gli occhi e guardò nel profondo degli occhi dell’altro. Respinto da una forza che sentiva come un lampo di fulmine, l’incisore si ritirò. Matsumura non aveva mosso un muscolo; stava dove si trovava prima, apparentemente indifeso.

Il sudore imperlò la fronte dell’incisore, e le sue ascelle già erano umide; poteva sentire il suo cuore battere con inconsueta rapidità. Si sedette su una roccia vicina. Matsumura fece lo stesso. “Che è accaduto”, mormorò fra sé l’incisore. “Perché tutto questo sudore? Perché il mio cuore batte così violentemente? Eppure non ci siamo scambiati un solo colpo!”

Poi udì la voce di Matsumura: “Eh! Andiamo! Il sole è sorto. Andiamo avanti!”

I due si alzarono, e Matsumura ancora una volta assunse la stessa posizione naturale che aveva adottato prima. L’incisore, da parte sua, questa volta, era deciso a completare l’attacco, e avanzò verso il suo avversario, da dodici iarde a dieci, poi a otto… sei… quattro. E lì si fermò, incapace di procedere oltre, immobilizzato dalla forza intangibile che si diffondeva dagli occhi di Matsumura. Allo stesso tempo, egli era incapace di staccare lo sguardo da quello del suo avversario; sentiva che se lo avesse fatto, qualcosa di terribile sarebbe accaduto. Come si sarebbe liberato di questa difficile situazione? Improvvisamente egli lanciò un grande urlo, un kiai, che suonò come “Yach!”, e tuonò attraverso il cimitero risuonando dalle colline circostanti. Ma Matsumura era ancora immobile. A questa vista, l’incisore ancora una volta ritornò a spaventarsi e a costernarsi.

Il maestro Matsumura sorrise. “Che succede?”, chiese. “Perché non attacchi? Non puoi combattere solo urlando!”

“Non capisco”, replicò l’incisore. “Non ho mai perso un incontro prima. E ora…”. Dopo un momento di silenzio, alzò il viso e disse quietamente a Matsumura: “Sì, continuiamo! Il risultato è già stato deciso, io lo so, ma finiamo. Se non lo facessimo, perderei la faccia, e piuttosto vorrei essere morto. Ti avverto, sto per attaccare in sutemi [捨て身, intendendo che voleva combattere fino alla fine]”.

“Bene!”, rispose Matsumura. “Andiamo!”

“Allora perdonami se puoi”, disse l’incisore mentre lanciava il suo attacco, ma proprio allora uscì dalla gola di Matsumura un forte gridò che suonò come un tuono per l’incisore. Come il lampo negli occhi di Matsumura prima lo aveva immobilizzato, così ora aveva fatto il tuono della voce di Matsumura. L’incisore si accorse che non poteva muoversi; fece un ultimo, ma debole tentativo di attaccare prima di cadere sconfitto al suolo. Poco più in là, la testa di Matsumura era indorata dal sole sorgente: all’incisore prostrato sembrava uno degli antichi devoti re che uccidevano demoni e dragoni.

“Io abbandono!”, urlò il povero incisore. “Abbandono!”

“Cosa!”, disse Matsumura. “Non è il modo di parlare di un esperto!”

“Sono stato pazzo a sfidarvi”, disse l’incisore, alzandosi. “Il risultato era ovvio fin dall’inizio. Mi vergogno profondamente. Non c’è paragone fra la mia abilità e la vostra”.

“Nient’affatto”, replicò Matsumura gentilmente. “Il tuo spirito combattivo è eccellente e ritengo che tu abbia una grande abilità. Se avessimo combattuto, avrei potuto benissimo essere sconfitto”.

“Voi mi lusingate”, disse l’incisore. “Il fatto è che mi sentivo completamente impotente quando vi guardavo. Ero così spaventato dai vostri occhi che ho perso qualsiasi spirito combattivo”.

La voce di Matsumura divenne sommessa. “Forse”, disse. “Ma io so questo: tu eri deciso a vincere ed io ero altrettanto deciso a morire se avessi perso. Questa era la differenza fra noi”.

“Ascolta”, continuò. “Quando venni nel tuo negozio ieri, ero molto infelice per essere stato rimproverato dal capo del clan. Quando mi hai sfidato, mi sono preoccupato anche di questo, ma una volta che abbiamo deciso dell’incontro, tutte le mie ansie sono improvvisamente sparite. Ho capito che ero stato ossessionato da affari relativamente minori, dal miglioramento della tecnica, dall’abilità di insegnare, dall’adulazione per il capo del clan. Mi sono preoccupato di mantenere la mia posizione.

Oggi sono un uomo più saggio di quanto fossi ieri. Sono un essere umano, ed un essere umano è una creatura vulnerabile, che non può assolutamente essere perfetta. Dopo la morte, ritorna agli elementi, alla terra, all’acqua, al fuoco, al vento, all’aria. La materia è vuota. Tutto è vuoto. Noi siamo come fili d’erba o alberi della foresta, creature dell’universo, dello spirito dell’universo, e lo spirito dell’universo non ha né vita né morte. La vanità è il solo ostacolo alla vita”.

Con ciò, egli smise di parlare. Anche l’incisore stette in silenzio, ponderando l’inestimabile lezione che aveva appreso.

Ogniqualvolta, negli anni seguenti, egli parlava dell’incidente ai suoi amici, non mancava mai di descrivere il suo antico avversario nei termini più entusiastici come un uomo di vera grandezza.

Quanto a Matsumura, egli fu in breve di nuovo nominato nella posizione precedente come istruttore personale del capo del clan. » [Fun87]

Finita la storia raccontata da Funakoshi, mi faccio sempre una domanda: Chi ha davvero insegnato qualcosa a chi? Infatti, a me piace pensare che sia stato l’incisore senza nome a dare una profondissima lezione al maestro Matsumura… Oppure no? Fatemi sapere nei commenti!


Bibliografia:

  • [Fun87] Gichin Funakoshi, “Karate Do, il mio stile di vita”, 1987, Ed. Mediterranee.
  • [Tok89] Kenji Tokitsu, “Lo zen e la via del karate. Per una teoria delle arti marziali”, 1989, Sugarco Edizioni.
  • Ethan Monnot Weisgard, “Go no sen/sen no sen/sensen no sen”, in http://www.aiki-shuren-dojo.com/pdf/Go%20no%20sen.pdf
  • http://www.mushotoku.it
  • Kuroobi (黒帯), regia di Shunichi Nagasaki, 2007, Toei Company.




2 commenti su “Ritmo, fratelli!”

  1. Interessante, certo, ma la lettura sarebbe meno… come dire, ehm, …monolitica, se tutto questo muro di testo avesse qualche finestra illustrata: quando inserisci qualche immagine? (e per “qualche” non intendo tre ma minimo minimo il doppio…)

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