Via, via!

Giuro, è successo davvero. Una volta è capitato che qualcuno chiedesse: «Io conosco tutti gli stili di karaté che ci sono, ma di questo stile DO, non ne ho mai sentito parlare. L’avete inventato voi il karaté-DO?»

Eeh, magari!

Tanto di cappello a quel signore che conosceva tutti gli stili di karate esistenti, ma… questo DO, con gli stili, non c’entra proprio niente. Anzi, per essere un filo più pignoli, dovremmo scriverlo , con la lunga. Chi sa un po’ di latino troverà il segno familiare. In sostanza, si allunga un pochino la vocale o (pronunciata rigorosamente stretta: a quanto mi hanno insegnato, i giapponesi non hanno le vocali aperte), che sfuma quasi in una u. Come dire “doou“. Che fa molto Homer Simpson…

(C) Matt Groening.

« 道 (in cinese dao; in Giapponese è letto anche michi) è il kanji che indica una “via”, […] nel senso concreto del sentiero, […] o un percorso lungo il quale ci si muove.» [Ghi18]

È una parola molto comune, tanto quanto la nostra “strada”, e come lei gode di innumerevoli significati figurati. «Rimandando implicitamente ad un uomo in cammino, il carattere [道] indica quindi per estensione un itinerario, un viaggio, o anche un processo che da fisico diviene interiore ed etico.» [ibid.]

Quando in Giappone, a partire dal 1868, c’è stata la cosiddetta Restaurazione Meiji e la conseguente apertura al mondo occidentale, le arti marziali tradizionali si sono trovate davanti l’opposizione delle alte sfere: retaggio di un passato troppo isolazionista, avrebbero ostacolato la necessaria modernizzazione del Paese. Per fortuna si trovò una soluzione di compromesso: «Le discipline da combattimento […] passano dalla denominazione classica di bujutsu 武術 (tecniche marziali) a quella di budō 武道 (vie marziali) per segnare il superamento della dimensione puramente tecnica, legata all’efficacia, in quella relativa all’approfondimento interiore.» [ibid.]

Per capirci, il bujutsu 武術 era il bagaglio di conoscenze del guerriero samurai, il quale, nel caso avesse perduto le armi in battaglia, doveva fare affidamento sulla lotta corpo a corpo.

Grazie a questo cambio di mentalità, le tecniche marziali diventano arti marziali: non più proiettate all’esterno contro un avversario, per garantire la supremazia o difendere la propria vita, bensì proiettate all’interno verso sé stessi, per espandere la propria vita.

«In giapponese con jutsu 術 si classifica una abilità tecnica, una perizia o una capacità (anche, ma non soltanto, artistica); 道 indica il metodo sotteso a quella disciplina, insieme all’aspetto morale, che trasforma la persona nella sua interezza. […] 道 si può dunque tradurre come “via”, “metodo”, “disciplina”. Più che un affinamento specialistico allude ad una capacità di autoeducazione, di coltivazione dell’essere umano». [ibid.]

Io vorrei dunque enfatizzare il ruolo di guida di questo dō.

Quando si impara (ma soprattutto si insegna) il karate, allora il diviene il percorso di apprendimento. In sé, il karate è molto semplice: un movimento istintivo come proteggersi il viso da qualcosa, ad esempio, viene formalizzato in una tecnica come 上受け (age-uke).

Per costruire una buona tecnica ci vogliono tempo e pazienza. Segmenti semplici si uniscono in catena fino a formare una sequenza complessa. Il percorso di costruzione della tecnica è il nostro .

Ogni anello della catena è un movimento che va raffinato a partire da un qualcosa di grezzo e istintivo. La ripetizione continua del gesto, che a un certo punto appare quasi fine a sé stessa, ne permette il perfezionamento.

Tutto ciò è molto pregnante nella cultura giapponese.

Scena tratta da: “L’ultimo samurai”, (C) Warner Bros.

Tante volte, mi interrogo su quale sia il modo migliore di insegnare una tecnica a qualcuno. Non amo usare i termini Orientale e Occidentale in contrapposizione, ma stavolta è necessario. La principale differenza fra il modo di insegnare arti marziali in Oriente e in Occidente è che là i maestri (quantomeno, la maggior parte di essi) non spiegano: mostrano. Sta poi all’allievo imitare e carpire l’essenza del movimento, cioè il principio alla base.

«Per coloro che apprendono la Via è fondamentale farne pratica secondo il modello prestabilito e si pensa che non sia utile esprimere la propria creatività o una particolare inventiva. Per lo meno durante il percorso di apprendimento si scoraggia la libertà individuale», scrisse il prof. Jin’ichi Konishi, autore di una Storia della Letteratura Giapponese.

Qui invece, noi Occidentali, ci profondiamo in spiegazioni verbali, scomponiamo cartesianamente il processo di apprendimento in frammenti elementari, convinti che funzionerà perché è così che abbiamo imparato, dalla scuola, dalla società, eccetera. Costruiamo il nostro percorso ricco di indicazioni su come procedere.

È meglio l’una o l’altra metodologia? Non do una risposta. L’efficacia di un metodo si misura nel conseguimento dei risultati. Semplicemente sono modi diversi di procedere, ma le due Vie conducono ad una medesima destinazione.

Senza dimenticare che, a volte, una strada non basta: per non perdersi occorre una bussola.

(C) Steve McCurry, uno fra i più grandi fotografi esistenti (https://stevemccurry.blog)

Bibliografia:

  • [Ghi18] Marcello Ghilardi, La Filosofia Giapponese, 2018, Scholé, Brescia.
  • Konishi Jin’ichi, Chūsei no bungei [La letteratura del medioevo], 1997, Kōdansha, Tōkyō. Trad. di A. Tollini.
  • Masatoshi Nakayama, Karate, 1975, Mondadori, Milano. Trad. di H. Shirai.
  • L’ultimo samurai (The Last Samurai), regia di Edward Zwick, 2003, Warner Bros. Pictures.

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