Il motivo per cui alzarsi

In questo periodo di mobilità ridotta, mi capita di sentire sempre più consigli su come affrontare le giornate, in modo da mantenere una routine ben organizzata.

Ad esempio, per chi ha la fortuna dello smart working, si consiglia di essere puntuale, di prepararsi (anche e soprattutto nell’abbigliamento), di scandire i tempi dedicati al lavoro e i tempi dedicati alle pause.

Osservando con occhi da antropologo due tipologie di esistenze con le quali convivo (un’adolescente di 18 anni e una bimba di 5!), noto il loro approccio del tutto differente.

Al mattino, l’adolescente sente come un dovere l’alzarsi; percepisce come un peso rispondere alle “chiamate istituzionali”, a volte (molto spesso) mal vissute. Mostra poca cura nell’esteriore («Tanto devo stare in casa!»), apatia, e anche una discreta irascibilità.

Certo, tutto ciò è molto comprensibile, per via della costrizione e dell’isolamento (tra coetanei, non in famiglia!) che gli adolescenti mal digeriscono.

L’infanta (mi si passi il termine “regale”), invece, è mattiniera, e subito trova nel gioco il suo impegno giornaliero.

Cura i suoi “figli”, accudisce i suoi cuccioli, si cala in ruoli differenti e situazioni comuni (come fare la spesa, servire colazioni, ecc. ecc.). Insomma, pare non trovi proprio il tempo di annoiarsi. E forse non pensa neppure che sia possibile farlo!

Tutto ciò per dire?

Un quesito, che tutti noi prima o poi ci poniamo, è: ma ne vale la pena? A che serve alzarsi e fare le stesse cose tutti i giorni?

E non è un quesito da poco, senza alcuna pretesa di fare la figura del grande filosofo di turno.

In questa ricerca ci viene in aiuto, ancora una volta, il pensiero del Sol Levante, con ciò che prende il nome di IKIGAI (生きがい).

L’ikigai è il motivo, spesse volte celato anche a noi stessi, per cui ci alziamo la mattina; il motivo per cui ci sentiamo di vivere, di lottare, discutere.

Può essere una persona.

O un lavoro.

O un’attività diversa da quella già praticata.

Trovare il nostro ikigai aiuta a completare il nostro vivere.

Credits: Vincenzo Andreoli, www.psicologiaintegrale.it

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